Viviamo in un presente saturo, in cui lo sguardo è costantemente catturato da una giostra di visioni contrastanti: immagini che si sovrappongono, cancellandosi l'una con l'altra in un moto perpetuo che mescola l’eco della violenza alla vacuità di ciò che è effimero. Qui, la realtà non è più un luogo da abitare, ma un rumore di fondo che paralizza.
In scena, un campo da gioco, terreno di confronto costante fra due modi di resistere al presente. Da una parte, un Don Chisciotte rigido, il cui sforzo per processare il peso del reale implode in rigori e blocchi, come se si trattasse di un ingranaggio inceppato. Dall'altro lato del campo, ancora Don Chisciotte, ma la sua nemesi, il suo opposto, un uomo che, nella follia, trova una crepa per evadere poeticamente dalla realtà e che trasforma il dolore e la crudeltà in arte. Due Don Chisciotte non come entità separate, ma frammenti di un’unica identità infranta, riflesso dell'uomo contemporaneo, sospeso tra la necessità di esserci, presenziare e vedere, e l’intimo bisogno di ritrovare una dimensione dell’esistere più umana, più intima. Ad osservarli - o governarli? - vi è la figura di Sancio, entità “riflettente”, specchio vivente che testimonia silenziosamente questa scissione, obbligando il protagonista a misurarsi con la propria immagine e con il costo di una sintesi di sé non raggiunta.
La sfida radicale della performance è, in primis, quella di non offrire facili soluzioni al problema ma, piuttosto, di rappresentare il doloroso attrito fra il desiderio di pace dell’individuo in un mondo belligerante, lo iato fra le istanze del Sé e i desideri degli Altri, l’intimo bisogno di creatività soggettivamente espressa e la pressione social(e) di rappresentarsi creativamente tutti allo stesso modo.
Tutto questo viene rappresentato attraverso una danza che oscilla tra lo scatto nervoso e nevrotico del quotidiano e l'abbandono all'irreale e al sogno, interrogando dinamicamente lo spettacolo circa la natura stessa della sua libertà. Siamo carne da feed o eroi destinati ad essere non compresi e marginalizzati? Preferisci abbandonarti al rassicurante schema delle cose, pur divenendo prigione di te stessa/o, oppure sei disposto a gridare forte il tuo essere con il rischio di diventare disturbo e, per alcuni, anche disturbato? Tra la rigidità di chi subisce il mondo e la follia di chi, pericolosamente, lo reinventa, il campo è tracciato! Resti immobile, o hai il coraggio di perderti?

